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Domenico Stromei - Biografia

(Biografia tratta dal libro "Domenico Stromei - Opere poetiche", Felice di Virgilio, L.U. Japadre Editore - L'Aquila-Roma, 1984)

Domenico Stromei nacque a Tocco Casauria il 28 novembre 1810 da Cesidio, negoziante e capo della Banda del paese e da Maria Aloisio, casalinga. Un evento funesto aveva turbato la serenità della sua famiglia pochi mesi prima della sua nascita e che poi influira su tutta la sua vita: il padre Cesidio, in uno scatto d'ira, il giorno di carnevale, aveva ucciso il suocero ed il cognato, che avevano maltrattato la moglie, per cui fu costretto a fuggire nello Stato Pontificio per non cadere nelle mani della giustizia. Quando Domenico nacque, il padre era lontano a Monte Libretti e conoscerà il figlio molti anni dopo.

Domenico trascorse cosi gli anni della fanciullezza solo con la madre, che l'abbandonò <<alla discrezione della sorte attendendo essa con la zappa a coltivare una sua campagnuola per sostenere la vita... Così senza freno e guida di nessuno crebbi fino all'età di 10 anni in mezzo alle scioperatezze della fanciullezza plebe>>.

La sua intelligenza sveglia si rivelò subito perfino nei giuochi numerosi ed estrosi che praticava e che era capace di inventare ed insegnare ai suoi coetanei. Un giorno, annoiato della sua vita inoperosa, chiese al nonno paterno di mandarlo a scuola. Frequentò, cosi, per pochi mesi la scuola pubblica, in cui insegnava il Sac. Don Pietro Agresta, perche questi, accusato di far parte della Carboneria, fu privato dell'insegnamento. Lo Stromei aveva appena imparato a leggere e scrivere e così rimase «sin d'allora col mio studio delle Vergini» e da quel momento sarà quasi esclusivamente autodidatta.

 
Insieme all'amore per lo studio si sentiva portato al disegno: « Scriveva, e poi tornava a scrivere. E dopo mi dava perdutamente a disegnare »; ma negli anni successivi non potrà mai praticare e perfezionare sufficientemente questa attitudine per mancanza di incoraggiamento e di aiuti finanziari da parte di uomini preminenti e facoltosi del suo paese. Contro questi scaglierà sarcastici versi nella «Cantica di Riconoscenza»:

« In un paese, in cui guazza poltrendo 
la codardia con l'avarizia, a fianco 
dell'egoismo, che invecchiò nascendo, 
Ivi nacqu'io da schifittoso branco 
di gente, cosi sudicia e villana
che, a ridirvela qui, ne vengo manco>>

Chiusa la scuola e senza l'affetto del nonno paterno, morto prematuramente, decise di frequentare il calzolaio mastro Vincenzo Giandomenico, che aveva la bottega nella piazza del mercato. Fin dai primi giorni mostrò interesse e serietà nel lavoro da cattivarsi ben presto la benevolenza e la fiducia del maestro e di tutta la sua famiglia. Il cambiamento di vita nel poeta mature dopo l'incontro, quasi fortuito, con la giovane Teresa Di Giulio, che l'aveva conquistato con la riservatezza e la bonta dell'animo. Per piacere a lei diventb piu serio e tutte le sue azioni ebbero per fine di cattivarsi la stima e l'amore della fanciulla, che dopo molti anni potrà sposare. 

Non appena si guadagnò con il proprio lavoro tre carlini, chiese ed ottenne di iscriversi alla congrega del Sacro Monte dei Marti, della quale facevano pane tutte le famiglie signorili e più facoltose del paese, facendosi notare per la vivacità del suo ingegno e per la serieta del suo comportamento. Si era conquistato la stima e la benevolenza del maestro calzolaio, quando nel mese di settembre del 1823 improvvisamente tornò a Tocco ilpadre, che condusse tutta la famiglia, Domenico e la madre, a Monte Libretti, una piccola borgata in provincia di Roma, dove aveva trovato lavoro, dopo la fuga, alle dipendenze del principe Maffeo Barberini Sciarra Colonna. Nella nuova residenza Domenico non riusci mai ad ambientarsi a causa delle modeste condizioni in cui vivevano gli abitanti. Dopo i primi giorni iniziò a frequentare la bottega di mastro Peppe De Sanctis per perfezionarsi nel mestiere di calzolaio. Appena, però, si accorse che il maestro poco gli poteva imparare per la scarsa conoscenza che egli stesso aveva del mestiere passe nella bottega di Ermenegildo Cocco, maestro di grandi capacità e di gusti raffinati. Con questi per la prima vota visitò la città di Roma.

Dopo pochi mesi abbandonò anche il nuovo maestro calzolaio per una ingiustizia subita. Cosi senza lavoro, per non stare in ozio, si diede alla lettura della Bibbia e di altri libri che gli aveva dato il padre. Finalmente, dopo tanto insistere presso il padre, nel mese di settembre del 1824, fu mandato a Roma per proseguire ilsuo apprendistato da calzolaio. Fu messo a lavorare nella bottega di un valente calzolaio, di buon gusto ed esperto nel mestiere, che serviva l'aristocrazia romana. Ben presto si accattivò la stima e la simpatia di tutti gli altri apprendisti. Divente amico di Angelo Mauro, detto il « Gobbetto », che ogni domenica lo accompagnava in giro per Roma allo scopo di fargli conoscere le infinite bellezze dei monumenti antichi.

Lo Stromei restò entusiasta dell'antica Roma, e davanti ai suoi monumenti, sostava continuamente allo scopo di ricostruire nella sua mente le gesta degli antichi eroi, le battaglie, i trionfi e quanto di più suggestivo poteva immaginare. Si rammaricava quando davanti a un monumento non riusciva a cogliere il significato e a capirne le funzioni. Nel tempo stesso si formava una conoscenza profonda della storia romana. La sera, poi, ritirandosi in albergo, alla fioca luce di una candela, si metteva a studiare e a disegnare tutto quello che che aveva visto. In particolare disegnava gruppi di guerrieri antichi ed i monumenti piu importanti che testimoniavano la grandezza dell'antica Roma. Quando poteva, si recava in un teatrino di Piazza Navona, dove si recitavano le opere del Metastasio, le cui rappresentazioni seguiva con tanto interesse da imparare a memoria lunghi squarci, che il giorno seguente ripeteva ai suoi amici di bottega.

Insieme all'ammirazione per l'antica Roma nel suo animo cresceva anche l'inclinazione per il disegno: spesso si metteva a disegnare sui muri suscitando meraviglia di quanti lo vedevano. Una Volta per poco non si buscò una denunzia alla gendarmeria per aver disegnato su un muro, stuccato di fresco nell'orto di un convento, alcune figure umane quasi perfettamente rappresentate. A Roma restò sino alla meta di agosto del 1826 quando dovette fuggire perché aveva trattato con durezza la moglie del suo maestro. Tornò a casa del padre in Monte Libretti e, pochi giorni dopo, partì  per Tocco insieme alla madre, che, malata, aveva bisogno di aria nativa. 

Il giovane Stromei fu molto contento di ritornare nel suo paese, dove sperava di trovar maggior sollievo alle sue pene. Giunto a Tocco si fece subito notare per la sua vivacità. Con alcuni suoi amici trovandosi nel piazzale del convento dei Cappuccini si mise a disegnare sul muro stuccato e bianco alcune figure bibliche ed in particolare la scena raffigurante Salomone e le due donne che si contendevano il fanciullo. Il boia nell'atto di uccidere il fanciullo rassomigliava per caso al guardiano del convento, il quale, saputo il fatto, diede ordine ad un fratello laico di rincorrere il giovane Stromei e di denunziarlo alla magistratura. Solo con l'intervento di alcune persone eminenti del paese il fatto non ebbe seguito.

I primi anni, dopo il ritorno a Tocco, non furono felici, come sperava, perche le tristi condizioni economiche della sua famiglia non gli permisero di esercitare il suo mestiere. Inoltre il lavoro da calzolaio era scarso e mal retribuito per cui decise di arruolarsi nell'esercito. II ritorno del padre nel 1827 gli offrì la possibility economica per poter avviare un lavoro in proprio. L'amore per Teresa era sempre vivo nel suo animo. Ma la giovane, alla quale lo Stromei aveva fatto avanzare la prima richiesta di matrimonio, temeva per il suo carattere focoso e per il controllo che spesso perdeva di se stesso nei momenti d'ira. Per questo il poeta cominciò ad adoperarsi in mille modi per potersi far ritenere serio ed un lavoratore esemplare.

Imparò a suonare il clarino, frequentando le lezioni di Urbanuccio, fratello della giovane Teresa e capo della banda musicale del paese. Fece cosi parte della banda e cominciò a girare i paesi circonvicini, dove veniva accolto sempre con grande entusiasmo per le numerose poesie di argomento faceto che recitava. Ai lavori del giorno alternava lunghe ore di studio durante la notte ed a scrivere sempre in maggior quantita versi di varia natura. Dal 1827 al 1835 lesse attentamente tutte le opere del Metastasio, che gli erano state date da un amico, la Divina Commedia, il Tasso, il Filicaia, il Manzoni, l'Ariosto, Omero, Monti, Alfieri e tanti altri autori.

Nonostante ilguadagno di bandista e la fama di poeta di cui godeva nei paesi vicini, le sue condizioni economiche non rnigliorarono: la miseria si faceva sentire; tuttavia nutriva in fondo al cuore sempre la speranza di un avvenire migliore. Nel 1835 andô a Roma per una falsa notizia della morte di suo padre. 

Ritornato a Tocco si trovò coinvolto in una lite per cui poco mancò che non andasse a finire in galera. Alcuni amici l'avevano pregato di scrivere una satira contro i sallesi, che per la festa del Beato Roberto non avevano chiamato la banda di Tocco. La satira affissa sulle porte delle case dei sallesi suscitò tante risa e tanto scalpore per il ricorso fatto alle autorità che dovette intervenire l'allora Intendente di Chieti Francesco Saverio Petroni per mettere a tacere il caso.

Finalmente nel 1839, dopo tanto attendere, pote fidanzarsi e di li a poco sposare Teresa Di Giulio, che portò più serenità e tranquillità nella sua vita. Nel 1841 fu vittima di un attentato: gli spararono una fucilata mentre dormiva in una stanza a pian terreno a Castiglione a Casauria, dove si trovava con la banda, perche in una cantina, venuto a diverbio con un giocatore di carte, gli diede tante botte da lasciarlo a terra privo di forze. Lo Stromei, colpito ad un braccio, per alcuni giorni non potette lavorare con gravi conseguenze economiche per la sua famiglia.

Nel 1840 gli nacque la prima figlia, causa di tanta gioia. In questo periodo conobbe P. Luciano da Castelnuovo, un frate del convento dell'Osservanza, il quale, dopo aver letto le sue poesie, lo consigliò vivamente di stamparle. Cosi nel 1842 diede alle stampe la sua prima raccolta di versi col titolo "Saggio poetico". La pubblicazione del libro oltre a causargli un lauto guadagno, con cui si tolse i debiti, gli ridette fiducia nella vita e a continuare a scrivere versi. II suo nome fu conosciuto anche fuori l'Abruzzo ad opera del marchese Dragonetti di Aquila, che fete circolare l'opera persino a Napoli, dove fu letto dal critico Pasquale De Virgiliis, che scrisse un articolo sul Giornale Abruzzese di lettere, scienze ed arti.

Nel 1844 gli nacque il secondogenito a cui diede ilnome di Napoleone. Cresciuta la famiglia raddoppiò gli sforzi nel lavoro per venire incontro ai bisogni di essa. Tuttavia le condizioni economiche restarono sempre precarie.

Negli anni successivi continuò la lettura assidua dei poeti e scrittori della letteratura italiana per arricchire la sua mente. Partecipò spesso a discussioni di natura culturale, specialmente quando si trattava di storia e di letteratura. Cosi fu stimato non solo perché poeta, ma anche per la sua cultura, che era pari, se non a volte superiore, a quella di professionisti che avevano consumato parte della loro vita fra i banchi della scuola ed a contatto di valenti maestri.

Nel 1846 gli nacque una bambina alla quale diede il nome di Aurelia. Intanto continuò con molto impegno lo studio ed accrebbe le sue conoscenze dei personaggi storici attraverso la lettura della Storia Universale. Erano gli anni in cui fervevano in Italia i moti patriottici. Proprio nei mesi di febbraio e marzo del 1847 scrisse il poemetto "Le Forche Caudine", che diede a leggere ad alcuni amici letterati. Gianvincenzo Pellicciotti, poeta e patriota, ne scrisse la presentazione e il poemetto fu dato alle stampe nel 1848, in pieno clima rivoluzionario. successo dell'opera fu enorme ed in breve tempo le copie furono vendute con un notevole vantaggio economico. 

Divenuto un personaggio di primo piano, fece parte della Guardia Nazionale, dalla quale, però, si ritirò ben presto in segno di protesta contro gli organizzatori che cominciarono a tirarsi indietro, appena si cominció a parlare della caduta del Governo costituzionale del Regno delle due Sicilie. Da quel momento cominciò anche ad appartarsi dal mondo, ritenendolo un crogiuolo di falsità e di invidia. Il suo carattere, fermo e dignitoso, non si conciliava con i sotterfugi e gli intrallazzi della maggior parte delle persone che lo circondavano. Si ritirò nella sua bottega a lavorare intensamente per far fronte alle necessità familiari che erano ancora aumentate per la nascita del suo quarto figlio al quale pose il nome di Cesare.

Il poemetto "Le Forche Caudine" nel 1849 aveva fatto conoscere il nome del poeta Stromei anche fuori dell'Abruzzo e specialmente a Napoli, dove aveva un gran numero di amici e di ammiratori. Il poemetto ebbe successo negli ambienti patriottici tanto che la polizia borbonica, insospettita, incominciò a seguirlo di nascosto. Un giorno gli giunse una lettera di un patriota di Campobasso, Alessio Maddalena, che dal carcere gli chiedeva una copia dell'opera. Il poeta rispose alla lettera del patriota. La polizia, seguendo la lettera, giunse a lui. Cosi un giorno, mentre lavorava si vide entrare un magistrato accompagnato dal sindaco del paese e da due gendarmi, allo scopo di effettuare una perquisizione in cerca di documenti compromettenti. Il poeta non fu arrestato perche non trovarono alcuna lettera compromettente, ma fu amareggiato enormemente e diede in imprecazioni contro lo stesso governo reazionario, che nulla faceva per aiutare i poeti poveri.

Dopo questo fatto crebbe notevolmente la cerchia dei suoi amici, i quali si interessarono del suo stato pietoso. Fra questi si distinse il marchese Luigi Dragonetti che gli chiese un congruo numero di copie ed una lettera da inviare al Ministro dell'Istruzione pubblica allo scopo di fargli ottenere un sussidio dal fondo per i letterati poveri. Nonostante le premure con cui fu seguito il caso, l'iniziativa si concluse negativamente con grande disappunto e delusione del poeta. Gli altri amici furono Ferdinando Vercillo e Gianvincenzo Pellicciotti.

Un avvenimento importante nella vita dello Stromei fu la visita del poeta Regaldi, che si presentò alla sua bottega con un seguito di colti signori chietini. L'incontro fu cordialissimo e lo Stromei lo ricordò con un'ode che ci da l'esatta misura della sua capacità di poetare. Negli anni seguenti seguirono altre pubblicazioni, ma la vita del poeta era sempre precaria a causa delle cresciute esigenze della sua famiglia e per lo scarso guadagno ricavato dal suo lavoro. Negli anni successivi fu colpito da una grave malattia che lo tenne immobilizzato a letto per lungo tempo togliendogli la possibilità di lavorare e quindi l'unica fonte di guadagno.

Nel 1863 ebbe la visita di un illustre scrittore e geologo: Antonio Stoppani, che era venuto a Tocco, insieme ad altri ricercatori, per studiare i probabili giacimenti petroliferi della zona. Dal 1857 al 1872 si diede a scrivere versi di ringraziamento a coloro che si adoperarono per alleviare le sue gene e per alleggerire il suo stato di miseria che si era fatto alquanto duro per le continue malattie che lo colpirono piu di una volta. Ma il dolore più grande, che colpì il povero poeta, fu la perdita della moglie, la diletta Teresa, avvenuta il primo gennaio 1878. Con la morte della sua Donna, tutto crolla intorno al poeta, e dentro e fuori di lui e un rovinio come un terremoto che non lascia altro che macerie: "E me lasciò nel duol, ne l'amarezza!". Il poeta continua a vivere, ma non è piu lui: il suo pensiero e rivolto alla sua donna che è sepolta al cimitero, dove ogni sera si reca per deporre sulla sua tomba pochi fiori freschi. Anche la sua Musa si era affievolita notevolmente ed ogni cosa che scriveva era solo uno sfogo del dolore e delle delusioni che lo amareggiavano. Nel 1882 cominciò a preparare una nuova raccolta di versi, ma la morte lo colse il 3 maggio 1883: l'intero paese fu commosso di tanta perdita e si strinse intorno alla sua bara per rendergli l'estremo saluto ed un sincero tributo di affetto.