Domenico Stromei - cultura e tematiche

Fonte: "Domenico Stromei, Opere Poetiche", a cura di Felice Di Virgilio, L.U. JAPADRE EDITORE, L'Aquila-Roma, 1984.

Domenico Stromei
Domenico Stromei
Formazione culturale del poeta

La formazione culturale del poeta Domenico Stromei è da ricercarsi non negli studi classici e linguistici, perché frequentò solo pochi giorni la scuola pubblica chiusa per ragioni politiche dopo i moti rivoluzionari del 1820, ma nella lettura assidua di ogni libro: dalla Sacra Scrittura a quelli di storia e di letteratura che gli passavano gli amici. Per guadagnarsi da vivere imparò il mestiere di calzolaio da un maestro del paese. All'età di quattordici anni ebbe la fortuna di visitare Roma, ammirandone la bellezza dei monumenti, di cui disegnava su fogli di carta archi, colonne, facciate di chiese o schizzi di strade. Così impiegò il tempo libero, dopo il lavoro tra le scarpe e le ciabatte, nei tre anni che stette a Roma per perfezionare il mestiere di calzolaio. Nello stesso periodo frequentò a piazza Navona anche un teatrino dove si recitavano le opere del Metastasio.

Tanta era la sua attenzione ed ammirazione per il poeta che, quando usciva dal teatro, ne ripeteva tutti i versi a mente e, durante il lavoro, « intronava le orecchie al suo maestro calzolaio ed ai suoi compagni »  a cui poi faceva seguire le sue poesie. Il ritorno a Tocco non comportò un cambiamento nella sua condizione socio-economica: non poté seguire le sue attitudini per la pittura di cui aveva già dato saggio con disegni vari, ma solo spinto dal suo ingegno e dal suo animo amante del bello, continuò a leggere, perfezionandosi nella lettura, perché, come egli stesso afferma, amava soprattutto « l'amicizia dei libri e le intere notti mi beava nella loro con­versazione. Lo leggeva sempre invece di dormire, e voleva leggere sempre per sempre più illuminare la mente ed incivilire il cuore » Era il solo mezzo per supplire la mancanza di uno studio sistematico dei classici.

A Tocco nel 1827 un amico gli diede le opere del poeta Metastasio, i cui melodrammi aveva sentito recitare a Roma. Lesse e rilesse le sue opere, rubando perfino il tempo al sonno, ed ammirò la scorrevolezza e l'armoniosità dei suoi versi, esempio alto dell'esperienza melica del Settecento, ed imparò a memoria molti versi di drammi, canzonette, motti proverbiali, che frequentemente cita nella sua Autobiografia. Fu incoraggiato moltissimo nella lettura dalla sentenza di Vittorio Alfieri:« Quando tu leggi un libro e trovi un bel passo, e ti senti commuovere, rallegratene, che farai profitto. Se ti senti trasportare sino al delirio, stimati superiore agli altri uomini. Se poi non ti senti commuovere né al bello e né al brutto; allora getta il libro, e datti alla zappa ». A conferma di ciò lo stesso Stromei ci rivela che nella lettura dei poeti, quando incontrava passi di alta liricità « dava in un delirio simile alla furia,  tanto che a volte era costretto a scrivere subito l'ispirazione poetica che turbinava nel suo animo.Lesse la storia greca e quella romana, che trovò più affascinante per la drammaticità degli avvenimenti; la storia di Ludovico Muratori e quella del Maffei sulla letteratura italiana.
 

Nella lettura dell'Iliade, tradotta dal Monti, trascorse un'intera notte, preso dalla bellezza delle immagini e dalla forza delle similitudini e dell'ispirazione.
Il Dottor D. Giosuè De Gasparis gli prestò le tragedie dell'Alfieri, raccomandandogli di leggerle « di nascosto, perché di quei temi, proibi­te a cagione dell'estrema sorveglianza della polizia ». Sono gli anni immediatamente dopo i moti rivoluzionari del 1820, in cui nel Regno di Napoli, a causa delle feroci misure repressive, gli intellettuali meridionali ebbero pochi contatti con il romanticismo lombardo e solo più tardi, dopo il 1831, si ebbe un'attenuazione del rigido assolutismo e quindi furono più facili le comunicazioni culturali con le altre regioni d'Italia. La cultura poetica meridionale, perciò, nei primi anni dell'Ottocento non si avvalse della mediazione neoclassica, come quella centro-settentrionale, passando così dall'Arcadia al Romanticismo attraverso l'imitazione delle voci più significative dell'esperienza romantica straniera, come Byron, Hugo, Lamartine. Si attese alla tipizzazione di tematiche soggettive, scandagliando i meandri del proprio animo, e di tematiche sociali.
 
Si distinse Gabriele Rossetti per aver saputo infondere un mordente politico nuovo nella sua poesia patriottica. Continuarono il rinnovamento del linguaggio poetico avviato dal romanticismo Pietro Parzanese, che si distinse per « una linda compostezza, misurata su un accorto equilibrio di cordialità e decoro » e per la sua voce « intonata sui semplici ritmi del realismo popolare »; e Vincenzo Padula, ricco, affascinante scrittore e poeta con una complessa personalità psicologica e sociale, che nelle sue poesie migliori riesce ad infondere una impetuosa immedesimazione ad eventi e figure da lui cantate non scevre da velato misticismo ed erotismo ". In questo clima di paura diffusa in tutto il Regno, lo Stromei lesse le tragedie e la vita dell'Alfieri di notte. Restò affascinato dalla bellezza letteraria delle sue opere ed ammirò « l'arte sublime di saperti mettere in terrore fin dal cominciamento, d'ogni sua tragedia, ammirai tutto il bello d'ogni sua opera; ma il Saule, poi, mi fé strasecolare di ammi­razione, e mi misi a mente molti brani delle parlate di Davide; di quell'invidioso Abner; e soprattutto le migliori descrizioni del delirio di Saule che io poi declamava con tutta la forza del genio, dell'energia della voce, della sonorità della comica, e della rotondità della gesticolazione ». Queste parole del poeta testimoniano l'attenzione e l'assiduità con cui leggeva le opere poetiche e nello stesso tempo lo studio approfondito tanto da impararle a memoria ed imitarne lo stile e l'espressione nella sua poesia eroica.